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Relazioni |
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16
Ottobre
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Spettri e sortilegi della medicina
moderna
Relatore : prof Carlo Sirtori
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23 Ottobre
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Storia degli ex libris Relatore : dott ing Gianni Mantero |
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13 Novembre |
Problemi d’investimento Relatori : prof Alberto Campolongo |
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27 Novembre |
Funghi : delizia e dolori
Relatore : dott Giovanni Nazari
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08 Gennaio |
Illustrazione della propria attività politica e
giornalistica Relatore : on Luigi Barbini |
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12 Febbraio |
Allucinogeni e mondo attuale Relatore : prof Marco Gandola |
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26 Febbraio |
Problema morale e medico della pillola anticoncezionale Relatore : dott Piero Franzini |
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11 Marzo |
I prodotti surgelati e la loro attualità Relatore : dott prof Andrea Monzini |
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25 Marzo |
Limiti dell’economia moderna Relatore : dott Luigi Papa |
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08 Aprile |
Metodi e modi dell’informazione medica al pubblico Relatore : prof dott Federico Pizzetti |
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22 Aprile |
Principali problemi cittadini Relatore : avv Lino Gelpi |
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10 Giugno |
Opere d’arte antiche e moderne Relatore : pittore Mario radice |
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24 Giugno |
Commento di alcune liriche tratte da un suo volume Relatore : dott Enrico Gabbrielli Scalini |
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Nello scorso settembre, bighellonando per l’Umbria durante un breve periodo di ferie, rimasi colpito dal numero di occasionali venditori di funghi che, schierati lungo le strade, offrivano la loro merce. Ogni tanto, qualche auto si fermava e sconosciuti acquirenti comperavano da sconosciuti venditori, quasi sempre ragazzetti, il sacchetto di funghi.
Mi resi conto dell’esistenza di un florido mercato,
che sfugge al controllo delle autorità sanitarie, e che malgrado i rischi,
trova larghi consentiti.
Mi scorse la domanda se tutti quelli ignoti
acquirenti paventassero il pericolo di un allevamento: evidentemente no, e
subordinatamente quanti casi di avvelenamento fungini si verifichino in un anno
in Italia.
Nell’elenco internazionale delle cause di morte dell’Istituto
Centrale di Statistica gli avvelenati da funghi non figurano con voce propria
in quanto vengono assorbiti dalla voce “avvelenati da sostanze alimentari
nocive. Di questi ,nel 1960 se ne sono verificati24: 17 M –7 F.
Si ritiene inoltre che gli avvelenati fungini
incidono con una percentuale dell’1 –4 % sugli avvelenati totali. Mancano
comunque dati statistici completi, per cui la casistica per lo meno nel nostro
Paese non figura con la frequenza obiettiva che le spetta.
In questi ultimi anni, la diffusione del piacevole
hobby di raccogliere funghi, favorito dall’estendersi dalla motorizzazione, ha
fatto aumentare la casistica, promuovendo sia in Italia che all’estero, studi
in merito e sollecitando la pubblicazione, e la divulgazione di iconografie a
scopo preventivo.
Non conosciamo attraverso quali esperienze l’uomo
primitivo sia passato per arrivare a distinguere i funghi mangerecci dai funghi
velenosi ma, possiamo intuire senza tema di errore, che furono esperienze
amare. Certo è che questi vegetali, stani per il loro polimorfismo, attraenti
per la varietà di colori, misteriosi per il loro mimetismo, erano noti anche
all’uomo preistorico. In colonizzazioni a palafitta nella Svizzera, risalenti
all’età della pietra, accanto a generi alimentari, armi e suppellettili
casalinghe, furono trovati esemplari vari di funghi, in particolare di ungalina
fomentaria, adoperato come esca per accendere il fuoco e perciò chiamato
“fungus igniarius;e dai ceruschi del tempo impiegato quale emostatico, tanto da
meritare anche l’appellativo di “fungus chirurgorum”.
Certamente erano noti ai Greci, che ci tramandavano
i nomi di Agarikon, Bolites, ecc. .e prima di loro, gli Egizi e ai Babilonesi.
Ne fa fede Teofrasto da Lesbo e tre secoli più tardi
Dioscoride, che descrive i tartufi, segnalandone il pregio culinario. Presso i
Romani l’ovulo buono denominato boleto, è chiamato cibo degli Dei. Giovenale ci
da notizia di tartufi che provenivano dalla Libia.
I funghi sono apprezzatissimi nella raffinata cucina
romana e Orazio nella satira con l’epicureo Catio, afferma la bontà dei
prataioli (pratenses) mentre Cornelio Celso suggerisce i rimedi in caso di
avvelenamento. Ampie notizie ci sono tramandate da Plinio il Vecchio che
descrive le caratteristiche dei velenosi e fa distinzione fra ovolo e porcini.
E’ facile immaginare l’importanza che avevano alle fastose mense di Lucullo. Il
sapientissimo Galeno suggerisce come antidoto efficace, nei casi di
avvelenamento, lo sterco di pulcino, non si sa con quale criterio scientifico.
Nel Medioevo, le cognizioni mitologiche non
migliorano, se non per opera di Ildegard di Bingenn (1180), assunta agli altari
(non per i funghi ben si intende) la quale elenca numerose specie commestibili
segnalando e virtù terapeutiche di altre.
Ne parla più tardi il domenicano Alberto Magno nel
suo “De vegetabilis” differenziandoli dalle altre piante e indicando come
caratteristiche dei funghi velenosi: la viscosità del cappello e il cambiamento
di colore della polpa. Successivamente il canonico regensburghese Konrad Von
Megenberg (1350) identifica nei funghi descritti da Alberto Magno le morchelle
o spugnole, diffidando però di tutti. Sarà solo nel XVI secolo con l’avvento
della botanica, che i funghi troveranno una sistemazione definitiva.
I funghi che noi raccogliamo non sono che i frutti, i carpofori, di piante semplici che vivono sotto terra, organizzate in un intricato reticolo filamentoso: il micelio. Essendo prive di clorofilla, non possono organizzare il carbonio come le piante dotate di foglie, per cui usufruire di quello già elaborato da queste, vivendo a loro spese come parassiti o come saprofiti.
Talora si stabiliscono delle associazioni
particolari dette “micorizze” fra il micelio e le radici delle piante sulle
quali vivono in simbiosi, utili sia alle une che alle altre.
Nella sistematica di Linneo, i funghi appartengono
alle tallofite, assieme alle alghe e ai licheni.
Costituiscono una classe vastissima ricca di circa
100.000 esemplari con specie macroscopiche e microscopiche che vivono in tutti i climi e a tutte le
latitudini, svolgendo azione molto utile nella economia naturale.
I funghi che interessano l’alimentazione,
appartengono ai funghi superiori, i quali per varietà di forme, per stranezze
di sviluppo hanno attratto l’attenzione dell’uomo sino dai tempi più remoti,
dando origine a fiabe e credenze ancora vive nella tradizione popolare.
Quando le ife del micelio hanno raggiunto un
determinato grado di sviluppo, si formano delle piccole nodosità che crescendo
rapidamente verso l’alto, emergono dal terreno in cerca di aria, di luce e di
calore, dando luogo al corpo fruttifero, di varia foggia, costituito
generalmente da uno stipite che sorregge un cappello. Sulla faccia inferiore di
questo, in organi particolarmente modellati, vengono prodotte in enorme
quantità, le spore, di forma, grandezze e colore caratteristici, le quali,
sparse attorno nel terreno o trasportate più lontano dal vento e dagli insetti,
compiono il ciclo riproduttivo.
Si è ritenuto per molto tempo che i funghi mangerecci
costituissero un alimento di alto valore nutritivo, ma la chimica ha dimostrato
il contrario.
Sono vegetali privi o quasi di grassi e di idrati di
carbonio, poveri di vitamine e di sali, con modesto contenuto di proteine, non
facilmente digeribili per l’alto contenuto di cellulosa. Il maggior componente
è l’acqua: 75-90%. Se paragoniamo il loro valore calorico con quello di altri
alimenti, constatiamo che 100 gr. di porcino fresco danno 34 calorie, 100 gr.
di pane ne danno 255 e 100 gr. di carne di maiale 380. I funghi pertanto
vengono mangiati solo per il loro aroma, dovuto alla presenza di resine con
varietà di sapori praticamente infinita; per tale ragione, nelle mense di tutti
i tempi sono stati tenuti in gran pregio eccitando la fantasia dei cuochi e dei
buongustai.
I romani li cucinavano con il miele, li condivano
con un particolare intingolo “cenegarum” fatto con vini pregiati e con una
poltiglia di pesce salato, servendoli in piatti speciali, chiamati bolettaria,
come afferma Marziale. Il gastronomo Celio Apicio del 3° secolo d.C. ci
tramanda parecchie ricette: per tartufi, cenogarum im tubera, e per spugnole
“sphondyli fricti ex cenogaro semplici”.
E’ nota la zuppa di prunoli di Bartolomeo Scappi,
apprezzatissimo maestro di cucina di Papa Pio V, che a suo tempo venne servita
in Roma a Carlo V.
Basta sfogliare qualsivoglia libro di cucina per
rendersi conto della varietà di preparazioni indicate talora con nomi
pittoreschi e vogliosi: “gambe secche alla primaverile” o “funghi alla
ghiottona” tanto da rimanere imbarazzati nella scelta.
Ricordo di sfuggita i funghi in cartoccio
all’inglese, i toast di funghi e i mushroom with bacon (con pancetta
all’americana), la pilz - zuppe di funghi freschi, i porcini secchi e macerati
con frutta cotta la forno del paradiso slesiano, e mi si consenta, non da
ultimo, il risotto di funghi all’italiana.
Funghi sono usati per antipasti, caldi e freddi, per
entrées varie, per minestre, sformati e via dicendo, così per esempio i porcini
alla crema e tartufi o alla maître d’hotel, i porcini alla griglia, le cappelle
di ovuli alla foglia di vite, l’insalata festival di ovuli e porcini tagliati a
fettine, mescolati con cuore di sedano crudo, fondi di carciofo, code di
gamberetti, punto di asparagi cotte al dente e tartufi grattugiati, il tutto
condito con una salsetta al tuorlo d’uovo, limone, olio e qualche goccia di brandy.
Nel Veneto, si usa cucinare alla griglia il cappello
della lepiota procera, (mazza di tamburo) impanata e condita con olio, aglio e
prezzemolo.
Nel mio breve girovagare in Umbria, giunto una sera
a Perugia in un noto ristorante, il trattore, uomo cordiale e abile, vista la
mia ammirazione per un magnifico piatto di funghi freschi che facevano bella
mostra di sé al centro del locale, mi preparò un’insalata capricciosa di ovuli
e porcini con sedano e cubetti di prosciutto cotto, unitamente a sottili
fettine di formaggio emmental conditi all’olio e limone, di notevole
delicatezza.
Ma dove l’arte culinaria ha raggiunto raffinatezze
insuperabili è in Francia, ove valenti micologi hanno raggiunto competenza e
perso nalità insuperabili anche nell’arte di cuocerli. Il Viola, nel suo
magnifico atlante “Come sono i funghi” ricorda che a Parigi nel 1953 vinse un
premio letterario il Dr. Paul Ramain con il libro “Mycogastronomie” nel quale,
accanto a raffinatissime ricette originali sono indicate anche le qualità di
vino e di acqua minerale più appropriate.
D’altra parte è noto anche le richieste di mercato
in Francia furono tali da avviare culture artificiali di funghi in certe cave
nei pressi di Parigi e di tartufi a Perigord dando vita a una fiorente attività
commerciale.
Ma a tante prelibatezza fa riscontro purtroppo un numero
ancora eccessivamente elevato di gravi incidenti. Credo che per nessun cibo come
per questo si addica il proverbio “ne uccide più la gola che la spada”. I
romani avevano definito il fungo da un punto di vista botanico: udus (umido)
pluvialis (che nasce con la pioggia) albus (bianco) frigidus (freddo) pratensis
(prataiolo) anceps (pericoloso) dubius (infido) putris (putrescente).
Plinio afferma che “fra quelle cose che
inconsideratamente si mangiano” si devono porre anche i boleti, i quali pur
essendo molto dilettevoli al gusto, sono dannati, poiché servirono ad Agrippina
per avvelenare l’augusto marito, Claudio Tiberio, che perdendo la vita lasciò
il posto a quel bel tipo di imperatore beat che fu Nerone.
Onde Agrippina continua Plinio - avvelenò tutto il
mondo e molto pi sé stessa. Nel caso specifico si è trattato comunque di funghi
avvelenati e non velenosi. Ma altri esempi di avvelenamenti accidentali o
criminosi, si trovano nella storia. Pare che Euripide, vissuto nel V secolo
a.C. abbia perso la moglie e tre figli; vittima di un avvelenamento sarebbe
stato Britannico, certamente Annio Sereno, comandante la guardia di Nerone, che
perse la vita assieme a numerosi commilitoni per un avvelenamento collettivo.
Per avvelenamento fungino, morì il 25 aprile 1534 Papa Clemente VII e il 20
ottobre 1740 Carlo V.
Certamente nell’antichità i casi dovevano essere più
frequenti di adesso, tanto che Plinio di chiede ”perché adunque si piglia tanto
piacere per un cibo tanto pericoloso?” e ritenendo che la commestibilità del
fungo muti con il tipo di pianta presso la quale cresce, si chiede “ci li può
riconoscere se non i contadini o chi li coglie?”
“Sed ista quis spondet in vanalibus? Ma chi ci può
assicurare per quelli che si comprano?” Prospettando sia pur indirettamente,
sin da allora, il problema dell’opportunità di un controllo da parte della
autorità sanitaria.
In Italia la vendita dei funghi è regolata da R.D. 3
agosto 1890 e del 3 1901, modificato con decreto del 1928, i quali fanno
obbligo alle autorità sanitarie locali di inserire nei propri regolamenti
d’igiene la lista dei funghi mangerecci, e le norme opportune per la vendita.
Questa non può avvenire se non con licenza rilasciata dall’ufficio sanitario,
in pubblici mercati, o in negozi autorizzati, e previa ispezione della merce.
E’ fatto divieto della vendita ambulante o a domicilio,
tranne che per i tartufi. Per i funghi secchi, data la difficoltà del
riconoscimento, l’autorizzazione è limitata solo ai porcini che devono essere
messi in opportuni sacchetti in plastica con il nome della specie e della ditta
preparatrice.
In Como, la vendita è disciplinata dagli artt. 257 e
segg. Del regolamento comunale d’igiene. Le specie consentite sono 18.
In Italia vi sono circa 400 specie fungine
commestibili, ovviamente non tutte di egual valore alimentare, le specie
velenose sono molto meno numerose, circa una ventina, ma per controverso, sono
più diffuse. L’amanita falloide, il fungo più velenoso, è praticamente
ubiquitario; esemplari sono stati trovati anche in aiuole di giardini pubblici
di Roma e Milano.
I casi di avvelenamento che si verificano, sono
nella totalità dovuta alla incompetenza di occasionali cercatori o a funghi
sfuggiti alla vigilanza di mercato.
Messini, tossicologo in Roma, riferisce che nel
periodo che va dal 14 agosto alla fine di ottobre 1965, si ebbero in Italia più
di 30 morti, con 200 avvelenamenti gravi e 300 lievi.
L’episodio più grave si verificò a Samarate (Va) il
10 settembre con una ventina di persone appartenenti a due famiglie di
immigrati calabresi, dei quali ne morirono 11. Contemporaneamente venivano ricoverate
ad Oderzo, 5 persone. Il 13 settembre altre 18 venivano ricoverate a Borgaro Torinese.
Nella seconda decade di settembre, si sono riscontrati una ventina di casi a
Roma; altri si verificarono un po’ qua, un po’ là, su tutto il territorio
nazionale. Verso la fine di settembre rimanevano vittime cinque suore di Villar
Perosa (To) delle quali morivano due.
Nella mia esperienza di anatomopatologica, ricordo
solo 4 casi mortali: due a Venezia, uno a Pordenone e uno a Como nel 1965, per
amanita falloide.
L’80% dei casi mortali, è dovuta a questo fungo e
alla sua varietà verna, mentre l’amanità muscaria, che da solo provoca il 2% di
casi letali, è ingiustamente indicata come la più velenosa, forse per la
vivacità dei suoi colori.
Va ricordato che non esiste nessuna prova valida per
la discriminazione delle specie mangerecce dalle venefiche al di fuori del riconoscimento botanico, mentre tra il
popolino trovano ancora credito credenze e tradizioni tra le più ingenue,
avallate da prove empiriche di nessun valore, come la prova del cucchiaio
d’argento, del prezzemolo, dell’aglio, del cambiamento del colore della polpa
del fungo al taglio. Lo stesso dicasi per le prove biologiche con il gatto,
coniglio, cane, in quanto esiste una varia sensibilità di specie. Non
rimarrebbe pertanto che la criminosa prova con lo schiavetto, purtroppo già
attuata in altri tempi meno civili.
Non vi è altra via quindi che imparare a riconoscere
i funghi, tenendo presente che le condizioni climatiche o ambientali possono
talora modificare l’aspetto abituale di un fungo mettendo in difficoltà anche
un esperto, per cui non sarà mai sufficientemente ripetuto che è meglio gettare
un fungo buono per sospetto, piuttosto che mangiare uno sospetto per buono.
Lo scorso anno abbiamo avuto in ospedale un valente
micologico vittima di un avvelenamento accidentale, conseguente ad una
scarsissima quantità di fungo venefico sfuggita alla sua osservazione.
Da qualche tempo sono state realizzate magnifiche
iconografie di indubbia utilità, ma queste sono destinate a rimanere oggetto
dell’attenzione di pochi appassionati cultori. Occorre invece portare la
propaganda a livello delle scuole, nelle comunità con esposizione di
iconografie nei locali pubblici, farmacie, stazioni ferroviarie, luoghi di villeggiatura.
Tenendo conto del meccanismo dell’azione dannosa, i funghi
velenosi possono essere così classificati:
-
Funghi
ad azione gastro - intestinale
-
Funghi
contenenti sostanze emolitiche
-
Funghi
ad azione prevalente sul sistema nervoso
-
Funghi
che provocano degenerazioni parenchimali (fegato, miocardio, reni)
-
Funghi
che agiscono sul sistema muscolare
-
Funghi
che agiscono sulle vie respiratorie
-
Avvelenamenti
misti
-
Avvelenamenti
da funghi mangerecci guasti.
-
Ne
derivano sindromi varie, alcune che insorgono a breve distanza dalla
ingestione, altre dopo un periodo piuttosto lungo. Questo rilievo è di grande
importanza poiché le prime sono generalmente a prognosi fausta, le seconde a
prognosi ben più grave.
Sindromi a breve incubazione:
-
sindrome
caprinica (Coprinus atramantarius). Insorgenza rapida dopo ingestione di alcool
etilico anche a due o tre giorni dall’ingestione del fungo. Accumulo di aldeide
acetica nel sangue per alterato metabolismo dell’alcool. Stato congestizio,
palpitazioni, dispnea, nausea, vomito. Prognosi fausta;
-
sindrome
acroresinoide (Russole-Lattari-Clavarie-Boleti). Disturbi gastrointestinali per
azione topica icritante da parte di resine. Insorgenza dopo 1-2 ore
dall’ingestione . Durata 24-48 ore. Mortalità 0,85 % dei casi;
-
sindrome
muscarinica (Inocybe-Clitocybe). Principio attivo: muscarica. Sensazione di
calore, sudorazione profusa, scialorrea, disturbi visivi, collasso, edema
polmonare. Insorgenza dopo 1-2 ore. Prognosi fausta;
-
sindrome
muscaria (Amanita muscaria, panterina). Principio attivo: micoatropina,
alcaloide ad azione atropinosimile. Eccitazione, delirio, allucinazioni,
confusione mentale, contrazioni muscolari. Insorgenza dopo 1-2 ore. Mortalità
2%.
-
sindrome
allucinogena (Funghi messicani: psilocibe). Principali attivi ad azione
psicotropa: psilocibina e psilicina. Allucinazioni, visioni demoniache,
ebrezza, eretismo, stato oniroide. Durata 2 o 3 ore; prognosi fausta.
Sindromi a lunga incubazione:
-
sindrome
elvellitica o emolitica (Spugnola bastarda-amanita rubescens) Enoglobinuria,
ittero emolitico, emorragie, convulsioni, disturbi gastro-enterici. Insorgenza
dopo5-7 ore. Durata3-8 giorni. Mortalità 5-7 %.
-
sindrome
orellanica (Cortinarius Orellanus).In polonia; Tubolo glomerulonefride subacuta
con albuminuria e iperazotemia a carattere evolutivo. Prognosi riservata.
-
Sindrome
falloidea (Amanita phalloides-verna, virosa o citrina). Cinque principi attivi:
falloidina – falloina - alfa amanita - beta amanita - gamma amanita, altamente
tossici ad azione epotodegenerativa. Incubazione : 10-20-40-ore. Sindrome
coleriforme, epatomegalia, ittero, manifestatosi emorragche, oliguria,
collasso. mortalità 80% dei casi. Sono sufficienti meno di 40 gr. di amanita
fresca per provocare la morte.
Da un punto di vista anatomopatologico il quadro
delle lesioni viscerali è caratteristico solo per la sindrome falloidea, che
determina una intensa degenerazione
grassa del fegato, del miocardio e dei reni.
Ritengo ozioso richiamare la Vostra attenzione sulle
caratteristiche differenziali delle varietà buone dalle varietà velenose;
accennerò solo a quelle delle amanite.
La caratteristica principale è che l’amanita
venefica ha il gambo e le lamelle bianche, mentre le amanite mangerecce hanno
il gambo e le lamelle giallastro Per ciò si consiglia si scartare sempre funghi
e lamelle bianche a tutti gli esemplari
non completamente sviluppati di amanite per la difficoltà di distinguere
la qualità in questo stadio di sviluppo.
E chiudo con le parole del Canonico Regemburhese
Konrad von Megenberg il quale dopo aver descritto i funghi velenosi e i funghi
mangerecci chiude dicendo. “guardatevi da tutti”.
missionario in Africa